Da America First a China First
La Cina non vuole essere come gli Stati Uniti, e i suoi partner asiatici lo sanno sfruttare.
Pechino applica da decenni una propria versione del principio del “prima noi”, molto prima che Washington lo riscoprisse nella declinazione trumpiana. L’esperienza cinese mostra come questa strategia possa garantire una presenza globale sempre più estesa senza assumersi gli oneri della leadership. Nel libro No Constraints: China’s Global Quest for Partners and Influence, in uscita il prossimo anno e anticipato in un saggio su Foreign Affairs, Patricia Kim del Brookings Institution definisce questo approccio “China first”: una rete di relazioni senza vincoli, partenariati privi di obblighi reciproci e uno status da grande potenza ottenuto evitando i costi politici, economici e militari che la leadership comporta. La sua conclusione è un avvertimento rivolto a Washington: resistere alla tentazione di seguire la stessa strada.
L’argomentazione è solida, ma presenta un punto cieco geografico. Il suo punto di osservazione, difatti, resta quello americano: valuta la strategia cinese confrontandola con il modello di leadership costruito dagli Stati Uniti e interpreta come una debolezza tutto ciò che se ne discosta. Quando Kim sostiene che i partenariati di Pechino sono più simbolici che sostanziali e osserva che molti dei suoi interlocutori continuano a coltivare rapporti anche con i rivali della Cina, legge questo comportamento come il segno di un’influenza incompleta. Eppure, osservata dall’Asia – dal Vietnam all’Indonesia, dalle Filippine all’India – la stessa dinamica assume un significato diverso. Per molti di questi paesi, mantenere relazioni aperte con più potenze non è una conseguenza dell’insuccesso cinese, ma un obiettivo strategico. In questo senso, il modello costruito da Pechino non impedisce quell’equilibrio: lo rende possibile.
La Cina non chiede di scegliere
Partiamo da una domanda che Kim non si pone: per chi, esattamente, il modello cinese sarebbe un fallimento? Una rete di partenariati flessibili, priva di garanzie di sicurezza e costruita su impegni che si rafforzano o si allentano a seconda delle circostanze, non genera le alleanze affidabili che Washington considera il metro della leadership. Leggere questo come un limite, però, significa dare per scontato che i paesi asiatici cerchino una coalizione stabile. Per molti di loro vale l'esatto contrario: l'obiettivo è preservare la libertà di coltivare rapporti con più potenze senza che nessuna di queste relazioni diventi esclusiva o irreversibile.
In questa prospettiva, l’hedging – la strategia con cui si riduce il rischio mantenendo aperte più opzioni – non rappresenta una risposta al modello cinese ma ne è la condizione di esistenza e, in parte, la sua stessa ragion d’essere. Nessuno tra Vietnam, Indonesia, Filippine o India cerca un’alleanza formale con Pechino: ognuno di loro ha dispute territoriali con la Cina, eredità storiche difficili o rapporti economici caratterizzati da una forte asimmetria. Eppure mantengono intensi legami commerciali, partecipano ai forum promossi da Pechino, accolgono investimenti della Belt and Road Initiative, siedono ai tavoli dello SCO o del BRICS. Perché quel tipo di relazione – profonda sul piano economico, volutamente ambigua su quello politico e quasi inesistente su quello militare – offre esattamente lo spazio di manovra che cercano.
Kim considera una prova della vaghezza dell’approccio cinese il fatto che gli Stati insulari del Pacifico siano classificati come “comprehensive strategic partners” (la massima qualifica diplomatica cinese per relazioni multidimensionali slegate da vincoli di alleanza militare), indipendentemente dall’effettivo livello di cooperazione. Gibuti, che ospita la prima base militare cinese all’estero, riceve la stessa definizione delle Isole Salomone. Questa apparente uniformità è un elemento strutturale del sistema ed è uno dei suoi meccanismi di funzionamento. Più le categorie restano elastiche, meno il rapporto è vincolato da obblighi formali. Non esiste un trattato da violare, un’alleanza da rompere o un impegno codificato da rispettare. Esiste una relazione che può essere rafforzata o ridimensionata in base alle convenienze del momento, e questa flessibilità favorisce tanto Pechino quanto i suoi interlocutori.
L’Indonesia offre forse l’esempio più chiaro di questa logica. La Cina è il suo principale partner commerciale, ma Jakarta continua a rivendicare la propria sovranità su aree del Mar Cinese Meridionale comprese da Pechino nella cosiddetta “linea dei nove tratti”. Sotto la presidenza di Prabowo Subianto, l’Indonesia ha ampliato la cooperazione militare con la Cina come non accadeva da oltre vent’anni, mentre nello stesso periodo ha negoziato un accordo commerciale con Washington e preservato la propria tradizionale postura di non allineamento. È il comportamento di un paese che sfrutta l'assenza di vincoli rigidi per ampliare il proprio margine di scelta.
Il modello incontra la sua eccezione
C’è però un caso che mette alla prova questa lettura, ed è anche il più significativo: la Corea del Nord. L’8 giugno 2026 Xi Jinping è arrivato a Pyongyang per un vertice di due giorni con Kim Jong Un. Era la sua prima visita all’estero dell’anno, un dettaglio che i media statali cinesi hanno sottolineato con particolare enfasi. Non si tratta di una coincidenza e non lo è il momento in cui è avvenuta.
La Corea del Nord resta l’unico paese con cui la Cina mantiene un trattato di difesa reciproca, firmato nel 1961. Kim lo definisce “più un fardello che un asset strategico”, e dal punto di vista della gestione delle crisi è una valutazione condivisibile. Il vertice di giugno, però, racconta soprattutto un’altra storia. Pechino percepisce che il triangolo Cina-Russia-RPDC si sta riequilibrando a suo sfavore e cerca di recuperare terreno. Dal 2024, infatti, Pyongyang e Mosca hanno trasformato la loro cooperazione militare in qualcosa di molto più profondo della semplice fornitura di munizioni: soldati nordcoreani impiegati nella guerra in Ucraina, assistenza tecnica russa ai programmi missilistici di Kim Jong Un e un livello di integrazione operativa inedito dalla fine della Guerra fredda. In altre parole, la Russia sta diventando per Pyongyang un alleato disposto a investire capitale militare reale, ciò che la Cina non ha mai voluto essere.
Xi è arrivato a Pyongyang per arginare questo slittamento. Anche in questa circostanza, la logica cinese è rimasta coerente con sé stessa: ha mantenuto l’assenza di nuovi impegni di sicurezza, ha confermato la chiusura sulla questione nucleare e ha evitato annunci volti a modificare gli equilibri strategici. I comunicati ufficiali hanno invece privilegiato turismo, commercio transfrontaliero, cooperazione diplomatica e scambi militari dai contorni volutamente generici. Persino nei confronti dell'unico alleato legato a Pechino da un trattato di difesa, proprio nel momento in cui Mosca ne accresceva il proprio peso, la leadership cinese ha preferito mantenere il consueto distacco. Più che un segnale di forza o di debolezza, è la dimostrazione che il modello cinese è così interiorizzato da Pechino da diventare quasi un riflesso, anche quando le circostanze spingerebbero verso scelte più nette.
Il caso nordcoreano introduce però una questione che Kim sfiora senza svilupparla del tutto. Che cosa accade quando la strategia cinese non si confronta con quella americana, ma con un modello alternativo incarnato dalla Russia? Per decenni Pechino ha guardato con diffidenza la dottrina Carter e le garanzie di sicurezza offerte dagli Stati Uniti, considerandole un esempio di overextension da evitare. Oggi, però, è Mosca a offrire nel cuore dell'Asia un sostegno militare concreto e immediatamente spendibile, proprio perché la Cina ha sempre rifiutato di agire secondo questo metodo. La Russia consolida il proprio ruolo di principale partner strategico della Corea del Nord e Pechino perde influenza in questo contesto specifico, dove emerge un concorrente disposto a fornire ciò che la Cina continua a negare.
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Una scelta coerente
Qui emerge il punto che Kim sfiora senza arrivare fino in fondo. Il "China first" rappresenta una scelta coerente con la storia della politica estera cinese, con il modo in cui Pechino concepisce il potere e con le esigenze di molti dei suoi interlocutori asiatici. È questo il passaggio che un'analisi inevitabilmente centrata sugli Stati Uniti tende a lasciare sullo sfondo.
La Cina ha imparato dalla sua unica vera esperienza di alleanza formale, quella con l’Unione Sovietica, che i trattati di difesa possono trascinare una potenza dentro conflitti decisi da altri. La guerra di Corea resta il precedente decisivo. Pechino vi entrò seguendo dinamiche determinate in larga misura da Pyongyang e da Mosca e ne uscì con centinaia di migliaia di perdite, l’obiettivo della riunificazione con Taiwan rinviato a tempo indeterminato e un’economia profondamente compromessa. Da allora la lezione è rimasta immutata: evitare alleanze vincolanti significa ridurre il rischio di essere coinvolti in guerre non scelte. Più che un segno di debolezza, è una forma di gestione del rischio applicata alla strategia di una grande potenza.
Esiste però una seconda ragione, ancora più importante. La Cina esercita la propria influenza attraverso strumenti diversi da quelli statunitensi. Washington ha costruito la propria presenza globale su basi militari, garanzie di sicurezza e una rete di obblighi formali che crea dipendenza strategica. Pechino punta sulle catene del valore, sugli investimenti, sulle infrastrutture, sui flussi commerciali e sulle interdipendenze tecnologiche ed energetiche. Per esercitare influenza sul Vietnam le basta essere il principale mercato di destinazione delle esportazioni vietnamite e uno dei principali fornitori delle componenti necessarie alla sua industria manifatturiera. In questo schema il potere si misura dal costo economico e politico che un partner dovrebbe sostenere per ridurre la propria dipendenza dalla Cina.
Dal punto di vista dei paesi asiatici, la logica è perfettamente speculare. Chi intrattiene rapporti con Pechino sa di non ricevere garanzie di sicurezza e, nella maggior parte dei casi, non le cerca. Ottenere un trattato di difesa significherebbe concedere alla Cina una legittimazione politica a intervenire negli affari interni in nome degli impegni assunti. Il formato del partenariato strategico senza vincoli consente invece di mantenere aperti i rapporti con Washington, Tokyo, New Delhi e con altri attori regionali senza che Pechino possa rivendicare la violazione di un’alleanza. Sul piano economico il rapporto resta fortemente asimmetrico. Sul piano della sovranità formale, invece, lascia ai partner un margine di autonomia sorprendentemente ampio. In un’Asia dove il principio di non interferenza continua a rappresentare una risorsa politica, questo elemento pesa più di quanto spesso si riconosca.
Il rischio individuato da Kim, osservato da questa prospettiva, assume quindi una forma diversa. La strategia cinese produce partner inclini all'hedging, perché è esattamente ciò che quel modello incoraggia e rende possibile. Il limite emerge quando viene meno il contesto internazionale che rende praticabile questa flessibilità: un sistema sufficientemente stabile da permettere ai paesi di mantenere relazioni con più potenze, abbastanza aperto da preservare alternative e abbastanza prevedibile da rendere calcolabili i costi di un eventuale riallineamento. Se gli Stati Uniti accelerano la frammentazione dell'ordine internazionale attraverso guerre commerciali, indebolimento delle istituzioni multilaterali e progressivo disimpegno dalle proprie alleanze, anche il modello cinese perde parte della sua efficacia perché i suoi partner si ritrovano senza alternative credibili. In queste condizioni, un paese non può più bilanciare Pechino con Washington e sceglie l'unica opzione rimasta.
È qui che la competizione tra “China first” e “America first” si rivela meno lineare di quanto sembri. Il modello cinese non nasce per sostituire quello americano, ma, paradossalmente, vive anche grazie alla sua esistenza. Presuppone un ordine internazionale abbastanza stabile da lasciare spazio alla flessibilità e abbastanza aperto da consentire ai paesi di non scegliere definitivamente. Se quella struttura viene meno, la Cina non eredita automaticamente la leadership globale lasciata dagli Stati Uniti. Si ritrova invece in un ambiente più instabile, nel quale le interdipendenze economiche perdono valore strategico e i partner regionali chiedono sicurezza più che opzioni. In uno scenario simile, il distacco calibrato che ha caratterizzato la politica estera cinese negli ultimi decenni potrebbe non bastare più. E proprio la Cina potrebbe trovarsi costretta a confrontarsi con ciò che ha sempre cercato di evitare: il costo politico, militare e diplomatico delle vere alleanze.




Molto interessante. Grazie