L’altro americano
Un Papa americano contro un presidente americano: tra guerra, diplomazia e un incontro al Pentagono che sembra una spy story.
Il 7 aprile, in una breve dichiarazione da Castel Gandolfo, Papa Leone XIV ha lanciato un appello alla pace, invitando a contattare i membri del Congresso per chiedere la fine della guerra pensando alle tante vittime innocenti.
Vorrei invitare tutti a pensare nel cuore veramente ai tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani, totalmente innocenti. Vorrei invitare tutti a pregare, ma anche a cercare come comunicare - forse con i membri del Congresso, con le autorità - per dire che non vogliamo la guerra, vogliamo la pace! Siamo un popolo che ama la pace. C’è tanto bisogno di pace nel mondo!
Poi colpisce apertamente la logica trumpiana:
Oggi come tutti sappiamo c’è stata anche questa minaccia contro tutto il popolo dell’Iran e questo veramente non è accettabile.
Tutti gli attacchi alle infrastrutture civili sono contro il diritto internazionale, ma sono anche un segno dell’odio, della divisione, della distruzione di cui l’essere umano è capace.
Che tra il Vaticano e la Casa Bianca ci sia tensione è ormai difficile da contestare; che un Papa si esprima in questi termini, invece, è quasi inedito: l’unico paragone che ricordi è quando nel 2003 Wojtyla mandò alla Casa Bianca il cardinale Pio Laghi, ex nunzio negli Stati Uniti, per consegnare a Bush una sua lettera in cui lo ammoniva per un eventuale attacco all’Iraq, cosa che successe pochi mesi dopo.
Gli attriti tra Trump e Prevost risalgono a prima della nomina di Leone XIV, ma qui entra in scena un dettaglio che lo rende quasi un true crime del Lungotevere.
Vaticano vs Pentagono
Il 22 gennaio 2026 il nunzio apostolico negli Stati Uniti, il cardinale Christophe Pierre, ha incontrato al Pentagono il sottosegretario alla Difesa Elbridge Colby e altri funzionari americani. Lo hanno confermato sia la nunziatura apostolica a Washington sia il Pentagono. Il contesto era il crescente attrito tra la Santa Sede e l’amministrazione Trump, dopo le parole di Leone XIV su Venezuela e sull’uso della forza in politica internazionale.
Sul contesto, il passaggio decisivo viene da due interventi del Papa di inizio gennaio. Il 4 gennaio Leone XIV, dopo la cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi, chiese che il Venezuela restasse un Paese indipendente, con rispetto della sovranità, dei diritti umani e dello stato di diritto. Il 9 gennaio, nel discorso annuale al corpo diplomatico, denunciò una “diplomazia basata sulla forza”, disse che “la guerra è tornata di moda” e invitò i governi a “rispettare la volontà” del popolo venezuelano. Diversi media presentarono entrambe le uscite come una critica evidente, anche se non nominale, alla linea di Trump.
La ricostruzione più pesante arriva invece da The Free Press, in un articolo di Mattia Ferraresi del 6 aprile 2026. Secondo quella ricostruzione, funzionari vaticani e statunitensi informati sull’incontro avrebbero descritto la riunione come una “bitter lecture”, cioè una dura lavata di capo, durante la quale sarebbe stato detto a Pierre che gli Stati Uniti “hanno il potere militare di fare quello che vogliono” e che la Chiesa “farebbe bene a stare dalla loro parte”. La stessa ricostruzione sostiene che un funzionario americano evocò addirittura l’Avignon Papacy, il riferimento storico ai papi costretti sotto la pressione del potere francese. Questi dettagli, però, non sono stati confermati né dal Vaticano né dal Pentagono.
A questo punto possiamo dire con sicurezza che l’incontro c’è stato, ma non possiamo dire come si sia svolto nei termini più drammatici riportati dal Free Press. La versione americana ufficiale è stata una smentita netta. Il Pentagono ha definito quella ricostruzione “highly exaggerated and distorted”, poi “grossly false and distorted”, e ha parlato di una riunione “substantive, respectful, and professional”, in cui si sarebbero discussi temi come la moralità in politica estera, la logica della strategia di sicurezza nazionale americana, Europa, Africa e America Latina.
Anche dal lato vaticano, con il passare delle ore, la linea si è irrigidita contro la narrativa del Free Press. All’inizio la nunziatura a Washington si limitò a confermare la riunione del 22 gennaio e a descriverla come un incontro su “current affairs”, cioè affari correnti. Il 10 aprile, il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni ha smentito in modo esplicito la narrazione più aggressiva, dicendo che, “come confermato” da Christophe Pierre, l’incontro con Colby rientrava nella normale missione del rappresentante pontificio e che “la narrativa offerta da alcuni media è completamente falsa”. Contemporaneamente, l’ambasciatore americano presso la Santa Sede, Brian Burch, ha dichiarato di aver parlato con Pierre, il quale avrebbe definito l’incontro “frank, but very cordial” e “a normal encounter”.
Il primo a mostrare imbarazzo è stato JD Vance, che l’8 aprile, durante la visita in Ungheria, ha risposto in modo piuttosto evasivo: prima disse di non sapere chi fosse Pierre, poi, dopo che gli venne ricordato il suo ruolo, spiegò di voler verificare i fatti e di non voler commentare una storia “unconfirmed and uncorroborated”. È una reazione importante perché mostra che, almeno pubblicamente, la Casa Bianca non voleva convalidare il racconto del Free Press, ma nemmeno poteva liquidarlo subito come ricostruzione infondata senza prima cercare copertura politica e diplomatica.
Sul piano diplomatico più ampio, i rapporti Washington-Santa Sede restano comunque tesi, anche al netto della smentita sul tono di quella riunione. Il Papa ha continuato a criticare apertamente il linguaggio di guerra e l’8 aprile, l’indomani dell’incontro con la stampa a Castel Gandolfo, ha salutato con favore la tregua di due settimane, insistendo che il negoziato è l’unica strada. Questi interventi mostrano che lo scontro politico-morale tra Leone XIV e la linea trumpiana non nasce dal solo episodio del Pentagono e non si è affatto chiuso con la smentita.
C’è poi un altro sviluppo, meno diretto ma politicamente eloquente. Il 7 marzo il Vaticano ha accettato le dimissioni di Pierre per limiti d’età e ha nominato come nuovo nunzio negli Stati Uniti l’arcivescovo Gabriele Caccia. Dopo l’esplosione del caso, l’8 aprile Caccia ha incontrato Burch a Roma, e il 9 aprile è stato ricevuto dal Papa. Non è una prova di una crisi, ma è il segno che il dossier USA-Santa Sede è stato preso in mano al massimo livello proprio mentre infuriava la polemica.
Infine, c’è la questione della visita del Papa negli Stati Uniti. Qui serve prudenza massima. È vero che Leone XIV non visiterà gli Stati Uniti nel 2026 e passerà il 4 luglio a Lampedusa, scelta annunciata dal Vaticano e riportata anche dai media che seguono la Santa Sede. È invece solo riportato da The Free Press e da testate che ne hanno ripreso il racconto che questa decisione sia collegata direttamente al caso Pentagono o che il Papa possa evitare gli Stati Uniti finché Trump resterà presidente. La prima parte è verificata, la seconda resta una lettura giornalistica non confermata ufficialmente.
Qui c’è un passaggio politico interessante. Anche se la versione del “bitter lecture” fosse stata gonfiata, il fatto che Pentagono, ambasciata americana e Vaticano si siano mossi così rapidamente per smentirla dice già qualcosa. Significa che quella storia tocca un nervo scoperto. Se fosse stata irrilevante, l’avrebbero lasciata cadere. Invece l’hanno contenuta subito, e in modo coordinato. Questo non convalida il racconto del Free Press, ma conferma che il dossier Vaticano-White House è diventato sensibile.
Quindi la sintesi senza rumore di fondo è questa: Colby incontrò Pierre al Pentagono il 22 gennaio, in un momento di attrito apertissimo sulla linea americana verso il Venezuela e, più in generale, sull’uso della forza. Ma la lettura più aggressiva dell’incontro esiste solo come ricostruzione del Free Press ed è stata poi smentita, in modo sempre più netto, sia dal Pentagono sia dal Vaticano. Gli sviluppi successivi, però, mostrano che la tensione politica tra Trump e Leone XIV è reale e continua, anche se la storia della “minaccia” in stile Avignone oggi resta una ricostruzione non corroborata.
Alla prossima.



