La zona grigia
Il caso di una sindaca californiana accusata di lavorare per Pechino racconta il dilemma americano nel contrastare l’influenza cinese senza trasformare il sospetto in un metodo di governo.
Arcadia conta poco più di cinquantamila abitanti e un soprannome che racconta la trasformazione della città negli ultimi vent’anni. “Chinese Beverly Hills” è nel cuore della San Gabriel Valley, a est di Los Angeles; qui il boom economico cinese ha portato famiglie, investimenti, attività commerciali e una presenza sinoamericana che oggi rappresenta la maggioranza della popolazione. E proprio qui si è consumata una vicenda apparentemente di scarsa importanza che, se osservata meglio, illumina uno dei problemi più complessi della competizione tra Stati Uniti e Cina.
Eileen Wang era arrivata dalla città di Chengdu negli anni Novanta. Nel febbraio 2026 era diventata sindaca di Arcadia attraverso il sistema di rotazione del consiglio comunale. Tre mesi dopo si è dimessa e ha ammesso di aver operato come agente straniero non registrato della Repubblica Popolare Cinese.
Secondo i documenti depositati dalla procura federale, funzionari cinesi inviavano contenuti attraverso WeChat, il WhatsApp cinese, e Wang li pubblicava su U.S. News Center, un sito rivolto alla comunità sinoamericana della California meridionale. In un’occasione rilanciò un articolo che negava la repressione degli uiguri nello Xinjiang. In un’altra comunicò ai suoi interlocutori il numero di visualizzazioni ottenute da un contenuto.
Di per sé, il caso sembrerebbe banale: una sindaca di una cittadina californiana, un sito in lingua cinese e qualche articolo propagandistico non spostano gli equilibri strategici dell’Indo-Pacifico. Eppure la vicenda di Wang apre una finestra su una questione che Washington affronta da anni senza aver trovato una soluzione soddisfacente: come contrastare l’influenza politica di Pechino senza trasformare ogni legame con la Cina in un sospetto.
La rete e i suoi intermediari
Infatti, la domanda che si sono posti gli investigatori è: cosa se ne fa Pechino della sindaca di una città da cinquantamila abitanti a est di Los Angeles?
La risposta suggerita dagli stessi inquirenti guarda al futuro più che al presente. Yaoning Sun, compagno di Wang e successivamente condannato per aver operato come agente straniero, la descriveva ai funzionari cinesi come una “nuova stella politica”. Il valore stava nella possibilità che un domani raggiungesse incarichi più importanti o sviluppasse relazioni utili a livelli superiori della politica americana. Se vi sembra l’immaginario della spia dormiente che scala i vertici, beh, forse non è questo il caso.
Per gli studiosi che seguono queste attività, l’influenza cinese non assomiglia a una macchina centralizzata ma a una rete di intermediari, associazioni, imprenditori, media comunitari e figure locali che perseguono obiettivi propri mentre cercano di mantenere rapporti favorevoli con Pechino. Lo Stato cinese fornisce indirizzi generali, tuttavia l’esecuzione resta spesso nelle mani di soggetti che agiscono autonomamente, mossi da ambizione personale, opportunità economiche o convinzioni politiche. Insomma, stavolta sembra proprio che non ci sia nessuna cellula dormiente. Almeno a prima vista.
Difatti, accanto alla ricerca di contatti politici esiste poi una seconda funzione, meno visibile ma altrettanto importante: il monitoraggio delle comunità della diaspora cinese e il contenimento delle voci ostili al Partito Comunista al di fuori dei confini nazionali.
Questa struttura decentralizzata produce però un problema immediato per le autorità americane. Le attività che interessano gli investigatori si sovrappongono spesso a pratiche perfettamente legittime come eventi culturali, camere di commercio, programmi di scambio, iniziative comunitarie, raccolte fondi, relazioni diplomatiche informali. Sembrerebbe tutto normale, ma la distanza tra influenza politica, lobbying, attivismo diasporico e attività per conto di uno Stato straniero può diventare sottile e i casi accertati, pur non sempre risolti, con il tempo iniziano a far numero.
Il caso Wang si è concluso rapidamente perché esistevano prove documentali e un’ammissione di colpevolezza. Altri procedimenti si sono rivelati molto più complessi, l’ultimo addirittura teneva i piedi dentro l’amministrazione dello Stato di New York.
Nel dicembre 2025 il processo contro Linda Sun, ex vice capo di gabinetto della governatrice di New York Kathy Hochul, si è concluso con una giuria incapace di raggiungere un verdetto su tutti i diciannove capi d’accusa. I procuratori hanno annunciato l’intenzione di riprovarci, ma l’esito del procedimento mostra quanto sia difficile dimostrare davanti a una giuria che una rete di relazioni, favori e contatti costituisca effettivamente l’azione di un agente straniero.
Il precedente del 2018
Per capire perché questi casi siano diventati così centrali bisogna fare un salto al 2018.
In quell’anno la prima amministrazione Trump lanciò la China Initiative, un programma del Dipartimento di Giustizia progettato per contrastare il furto di proprietà intellettuale, lo spionaggio economico e il trasferimento illecito di tecnologia verso la Cina. L’attenzione si concentrò soprattutto sul mondo universitario e sui ricercatori coinvolti in programmi di collaborazione con istituzioni cinesi, compreso il noto Thousand Talents Program, il programma lanciato da Pechino nel 2008 per il reclutamento di scienziati, accademici e ingegneri di altissimo livello formati all'estero.
Fin dall’inizio, però, il progetto generò forti controversie. Diversi procedimenti si concentrarono su omissioni nelle dichiarazioni relative a finanziamenti e collaborazioni accademiche anziché su episodi riconducibili allo spionaggio tradizionale. Organizzazioni per i diritti civili, associazioni accademiche e gruppi rappresentativi della comunità sinoamericana denunciarono un clima di sospetto che finiva per colpire ricercatori e scienziati sulla base delle loro origini o dei loro legami professionali con la Cina.
Nel febbraio 2022 l’amministrazione Biden chiuse formalmente il programma.
I sostenitori della decisione citarono un dato particolarmente significativo. Secondo il Congressional Asian Pacific American Caucus, dopo oltre centocinquanta imputati e almeno settantasette procedimenti, la China Initiative aveva prodotto una sola condanna ottenuta al termine di un processo, un bilancio che ai loro occhi dimostrava l'inefficacia dello strumento e la tendenza ad aprire casi che finivano per crollare in tribunale. I difensori dell'iniziativa ribattono che quel conteggio somma le sole condanne pronunciate da una giuria e tralascia i casi chiusi con un patteggiamento o una dichiarazione di colpevolezza, anch'essi esiti favorevoli all'accusa: contandoli, il programma avrebbe ottenuto ben più di una condanna. La disputa riguarda il modo stesso in cui si misura il successo di una strategia di controspionaggio, ben oltre la contabilità delle condanne.
Dopo il 2022 Washington ha cercato di spostare il baricentro delle indagini concentrandosi maggiormente sulle condotte concrete e sugli strumenti esistenti, in particolare sul Foreign Agents Registration Act, la legge che impone a chi opera per conto di governi stranieri di registrare formalmente la propria attività.
Il caso Wang rientra esattamente in questa logica. La sua ammissione di colpevolezza riguarda il mancato rispetto degli obblighi previsti dal FARA, un terreno distinto dalle accuse di spionaggio in senso tradizionale.
Tra minaccia e paranoia
La chiusura della China Initiative, tuttavia, ha lasciato aperto il dibattito.
Nel febbraio 2025 il senatore Rick Scott ha presentato una proposta per ripristinare formalmente il programma, e nei mesi successivi disposizioni analoghe sono comparse e scomparse dai testi legislativi discussi al Congresso. Alla fine nessuna è sopravvissuta fino all’approvazione definitiva, compreso il progetto politico di Project 2025 che ne prevedeva il ritorno.
Il nome continua a suscitare resistenze troppo forti per essere reintrodotto apertamente. Le logiche che lo avevano generato, invece, sono rimaste.
Secondo gli studi legali WilmerHale e White & Case, il Dipartimento di Giustizia ha progressivamente utilizzato altri strumenti per esaminare rapporti tra università americane, ricercatori e istituzioni cinesi. Una parte dell’attenzione si è spostata sul False Claims Act e sulle dichiarazioni rese nelle richieste di finanziamento federale, soprattutto nei settori collegati alla difesa e alle tecnologie sensibili. Inoltre, l'amministrazione ha annunciato la revoca dei visti per studenti e ricercatori cinesi impegnati in ambiti considerati strategici.
L’iniziativa è scomparsa come programma formale, ma il problema che cercava di affrontare è rimasto. Ed è qui che emerge il vero nodo della questione.
Gli Stati Uniti si muovono tra due rischi opposti. Il primo consiste nel sottovalutare attività che, pur mascherate da normali relazioni sociali o professionali, contribuiscono alla strategia di influenza di una potenza rivale. Il secondo consiste nell’allargare il sospetto fino a colpire persone che non hanno alcun legame con operazioni di influenza o intelligence.
Il modello utilizzato da Pechino sembra adattarsi perfettamente a questa tensione. Opera spesso attraverso soggetti locali, relazioni informali e attività che restano vicine al confine della legalità senza oltrepassarlo in modo evidente. Ogni risposta troppo debole rischia di lasciare spazio all’influenza; ogni risposta troppo aggressiva rischia di produrre errori, discriminazioni e contraccolpi politici.
Nessun settore avverte questa pressione più della ricerca scientifica. Talento, innovazione e conoscenza rappresentano alcune delle risorse più preziose nella competizione tra grandi potenze. Un clima di sospetto generalizzato verso ricercatori di origine cinese può trasformarsi in un vantaggio per Pechino tanto quanto una falla nei sistemi di sicurezza.
Il caso Wang rappresenta la versione più lineare di questo problema: documenti, comunicazioni dirette e un’ammissione di colpevolezza. I casi che seguiranno saranno probabilmente più complessi. Il nuovo processo a Linda Sun e le indagini che coinvolgono università e centri di ricerca diranno molto sul percorso scelto da Washington.
L’influenza cinese prospera nello spazio che separa la minaccia reale dalla paranoia. È lì che si gioca una parte della competizione tra Stati Uniti e Cina, ed è lì che gli Stati Uniti continuano a cercare un equilibrio che, per sua natura, resta difficile da mantenere.
Alla prossima.





Non puoi farci niente, Jack. È Chinatown.
Che dire?
E’ dalla fine degli anni 80 (almeno) che tutto l’Occidente fa a gara nel regalare “proprieta’ intellettuale” alla Cina (e anche alla Russia e all’India). Con l’illusione di mantenere un margine competitivo ragguardevole che avrebbe comunque lasciato l’Occidente nella posizione dominante.
Prendiamo una cosa ottima come l’Open Source.
Pensiamo a quanto ha contribuito alla trasformazione del nostro business; per esempio, Linux (o una delle sue varianti) e’ il motore informatico della maggior parte dei dispositivi che utilizziamo (direttamente o indirettamente) ogni giorno. Pensiamo all’importanza che ha rivestito l’Open Source per la ricerca, per i laboratori di ogni azienda che necessitasse di sciluppare dei progetti o delle integrazioni informatiche.
Quello stesso Open Source e’ stato anche un regalo enorme per chi partiva da una posizione di svantaggio.