Il caso di una sindaca californiana accusata di lavorare per Pechino racconta il dilemma americano nel contrastare l’influenza cinese senza trasformare il sospetto in un metodo di governo.
E’ dalla fine degli anni 80 (almeno) che tutto l’Occidente fa a gara nel regalare “proprieta’ intellettuale” alla Cina (e anche alla Russia e all’India). Con l’illusione di mantenere un margine competitivo ragguardevole che avrebbe comunque lasciato l’Occidente nella posizione dominante.
Prendiamo una cosa ottima come l’Open Source.
Pensiamo a quanto ha contribuito alla trasformazione del nostro business; per esempio, Linux (o una delle sue varianti) e’ il motore informatico della maggior parte dei dispositivi che utilizziamo (direttamente o indirettamente) ogni giorno. Pensiamo all’importanza che ha rivestito l’Open Source per la ricerca, per i laboratori di ogni azienda che necessitasse di sciluppare dei progetti o delle integrazioni informatiche.
Quello stesso Open Source e’ stato anche un regalo enorme per chi partiva da una posizione di svantaggio.
Sì, ma secondo me bisogna distinguere tra due cose diverse che spesso vengono messe nello stesso calderone. L'open source nasce proprio per essere condiviso: chiunque può usarlo, compresa la Cina, e il fatto che venga adottato in tutto il mondo non toglie nulla a chi lo ha sviluppato. La condivisione è parte integrante del progetto.
Diverso è il caso dei trasferimenti di tecnologia imposti, del furto di segreti industriali, dello spionaggio economico o del reclutamento mirato di ricercatori. In quei casi non si parla più di scambio aperto, ma di acquisizione forzata o illecita di conoscenze.
Il problema è che lo stesso sistema che per decenni ha favorito la circolazione di idee, persone e tecnologie sta cercando oggi di limitare quell'apertura. Operazione complicata, perché la globalizzazione dell'innovazione era stata costruita proprio su regole più permeabili. Da qui nascono sia misure ragionevoli di protezione che reazioni eccessive che rischiano di colpire anche gli scambi legittimi.
Chiaramente se il mezzo attraverso il quale la conoscenza si e’ trasferita e’ illegqle, allora si entra in aspetti conflittuali e di responsabilita’ penale.
Pero’, a mio avviso, il problema non e’ « solo il mezzo »: il problema e’ che, una volta che la conoscenza si e’ trasferita, dopo non la controlli piu’. La scalabilita’ in termini di quantita’ di risorse, la esagerata competitivita’ interna e gli obiettivi finali sono, alla fine, quelli che contano.
L’Open Source non e’ UN progetto. E’ una « filosofia di libero accesso al codice sorgente di un software, oltre all'uso, modifica e distribuzione »
Il mondo, il contesto di oggi e’ diversissimo rispetto a quello della fine degli anni 60, degli anni 70 ed 80….
Ovviamente, l’America esercitava un fascino culturale enorme, oltre ad un traino scientifico e tecnologico.
Io non sto criticando l’Open Source….sto solo dicendo che, probabilmente, a quel tempo, nessuno poteva prevedere gli effettti. Anzi: la trasmissione fluida della conoscenza era vista da moltissimi come una forma di giustizia e di progresso (che guarda caso veniva dall’America come tanti altri fenomeni di quei tempi).
Pero’, oggi, vediamo che ci sono state anche altre conseguenze…
Va bene, su questo sono abbastanza d'accordo anche se resto dell'idea che sia un progetto e non solo una filosofia di libero accesso al software. Credo però che il punto centrale sia un altro: l'Occidente per decenni ha considerato la diffusione della conoscenza, dei capitali e delle tecnologie come un processo quasi inevitabilmente positivo. Non era certo idealismo, era innanzitutto la convinzione che il vantaggio accumulato fosse tale da rendere gestibile l'ascesa degli altri.
Oggi scopriamo che la conoscenza, una volta diffusa, produce inevitabilmente nuovi centri di innovazione e di potere. La Cina è diventata competitiva perché ha acquisito tecnologie straniere e poi le ha integrate in una strategia industriale, educativa e scientifica di lungo periodo.
Per questo faccio fatica a vedere l'open source come il problema. Mi sembra piuttosto uno dei tanti strumenti che hanno contribuito a costruire un mondo più interconnesso. L'errore, semmai, è stato credere che una maggiore integrazione economica e tecnologica avrebbe portato automaticamente a una convergenza politica e strategica. La storia degli ultimi venti-trent'anni ci dice che le cose sono andate in modo molto diverso.
Mi dispiace di essermi espresso male: io NON volevo dire che l’Open Source e’ stato il problema.
Io sono un informatico in pensione e nella mia carriera sono riuscito a restare « abbastanza tecnico ». L’open Source ha subito parecchie evoluzioni nel corso degli anni. L’idealismo degli inizi si e’ poi trasformato. Per dire : se all’inizio i contributors era prevalentemente professionisti che investivano del loro tempo, negli ultimi anni i grandi colossi informatici sono diventati essi stessi gli attori predominanti. Questo per ragioni ovviamente economiche e culturali.
Pero’ alla fine, questo ha contributio a ridurre le distanze.
Sono d’accordo quando dice « era innanzitutto la convinzione che il vantaggio accumulato fosse tale da rendere gestibile l'ascesa degli altri ». Certamente. Forse anche tanto snobismo ed arroganza, aggiungerei.
Lo ridico: senza Open Source, l’informatica e la sua pervasivita’ non sarebbero quello che sono oggi. Viva l’Open Source.
Ma continuo a pensare che ci sono syate anche conseguenze meno anticipabili.
Altro esempio. All’inizio del millennio, IBM ha venduto in blocco il suo mitico business dei « Personal Computers » alla Cina (Lenovo).
Ha fatto bene IBM? Certamente, da un punto di vista business ha fatto bene. Troppo stretti i margini in un business ormai maturo e troppi competitors con cui fare i conti.
Ha fatto bene gli USA? Io non penso. Se IBM avesse venduto a Dell o ad un altro attore americano, piu’ propenso ad un modello di business come quello in cui il mondo dei PC si era trasformato, penso che sarebbe stato meglio.
Non puoi farci niente, Jack. È Chinatown.
È un mondo difficile...
Che dire?
E’ dalla fine degli anni 80 (almeno) che tutto l’Occidente fa a gara nel regalare “proprieta’ intellettuale” alla Cina (e anche alla Russia e all’India). Con l’illusione di mantenere un margine competitivo ragguardevole che avrebbe comunque lasciato l’Occidente nella posizione dominante.
Prendiamo una cosa ottima come l’Open Source.
Pensiamo a quanto ha contribuito alla trasformazione del nostro business; per esempio, Linux (o una delle sue varianti) e’ il motore informatico della maggior parte dei dispositivi che utilizziamo (direttamente o indirettamente) ogni giorno. Pensiamo all’importanza che ha rivestito l’Open Source per la ricerca, per i laboratori di ogni azienda che necessitasse di sciluppare dei progetti o delle integrazioni informatiche.
Quello stesso Open Source e’ stato anche un regalo enorme per chi partiva da una posizione di svantaggio.
Sì, ma secondo me bisogna distinguere tra due cose diverse che spesso vengono messe nello stesso calderone. L'open source nasce proprio per essere condiviso: chiunque può usarlo, compresa la Cina, e il fatto che venga adottato in tutto il mondo non toglie nulla a chi lo ha sviluppato. La condivisione è parte integrante del progetto.
Diverso è il caso dei trasferimenti di tecnologia imposti, del furto di segreti industriali, dello spionaggio economico o del reclutamento mirato di ricercatori. In quei casi non si parla più di scambio aperto, ma di acquisizione forzata o illecita di conoscenze.
Il problema è che lo stesso sistema che per decenni ha favorito la circolazione di idee, persone e tecnologie sta cercando oggi di limitare quell'apertura. Operazione complicata, perché la globalizzazione dell'innovazione era stata costruita proprio su regole più permeabili. Da qui nascono sia misure ragionevoli di protezione che reazioni eccessive che rischiano di colpire anche gli scambi legittimi.
Si certo.
Chiaramente se il mezzo attraverso il quale la conoscenza si e’ trasferita e’ illegqle, allora si entra in aspetti conflittuali e di responsabilita’ penale.
Pero’, a mio avviso, il problema non e’ « solo il mezzo »: il problema e’ che, una volta che la conoscenza si e’ trasferita, dopo non la controlli piu’. La scalabilita’ in termini di quantita’ di risorse, la esagerata competitivita’ interna e gli obiettivi finali sono, alla fine, quelli che contano.
Quindi che succede, eliminiamo l'open source perché trasmette conoscenze che sta alla base proprio di quel progetto?
Ormai….
L’Open Source non e’ UN progetto. E’ una « filosofia di libero accesso al codice sorgente di un software, oltre all'uso, modifica e distribuzione »
Il mondo, il contesto di oggi e’ diversissimo rispetto a quello della fine degli anni 60, degli anni 70 ed 80….
Ovviamente, l’America esercitava un fascino culturale enorme, oltre ad un traino scientifico e tecnologico.
Io non sto criticando l’Open Source….sto solo dicendo che, probabilmente, a quel tempo, nessuno poteva prevedere gli effettti. Anzi: la trasmissione fluida della conoscenza era vista da moltissimi come una forma di giustizia e di progresso (che guarda caso veniva dall’America come tanti altri fenomeni di quei tempi).
Pero’, oggi, vediamo che ci sono state anche altre conseguenze…
Va bene, su questo sono abbastanza d'accordo anche se resto dell'idea che sia un progetto e non solo una filosofia di libero accesso al software. Credo però che il punto centrale sia un altro: l'Occidente per decenni ha considerato la diffusione della conoscenza, dei capitali e delle tecnologie come un processo quasi inevitabilmente positivo. Non era certo idealismo, era innanzitutto la convinzione che il vantaggio accumulato fosse tale da rendere gestibile l'ascesa degli altri.
Oggi scopriamo che la conoscenza, una volta diffusa, produce inevitabilmente nuovi centri di innovazione e di potere. La Cina è diventata competitiva perché ha acquisito tecnologie straniere e poi le ha integrate in una strategia industriale, educativa e scientifica di lungo periodo.
Per questo faccio fatica a vedere l'open source come il problema. Mi sembra piuttosto uno dei tanti strumenti che hanno contribuito a costruire un mondo più interconnesso. L'errore, semmai, è stato credere che una maggiore integrazione economica e tecnologica avrebbe portato automaticamente a una convergenza politica e strategica. La storia degli ultimi venti-trent'anni ci dice che le cose sono andate in modo molto diverso.
Giacomo,
Mi dispiace di essermi espresso male: io NON volevo dire che l’Open Source e’ stato il problema.
Io sono un informatico in pensione e nella mia carriera sono riuscito a restare « abbastanza tecnico ». L’open Source ha subito parecchie evoluzioni nel corso degli anni. L’idealismo degli inizi si e’ poi trasformato. Per dire : se all’inizio i contributors era prevalentemente professionisti che investivano del loro tempo, negli ultimi anni i grandi colossi informatici sono diventati essi stessi gli attori predominanti. Questo per ragioni ovviamente economiche e culturali.
Pero’ alla fine, questo ha contributio a ridurre le distanze.
Sono d’accordo quando dice « era innanzitutto la convinzione che il vantaggio accumulato fosse tale da rendere gestibile l'ascesa degli altri ». Certamente. Forse anche tanto snobismo ed arroganza, aggiungerei.
Lo ridico: senza Open Source, l’informatica e la sua pervasivita’ non sarebbero quello che sono oggi. Viva l’Open Source.
Ma continuo a pensare che ci sono syate anche conseguenze meno anticipabili.
Altro esempio. All’inizio del millennio, IBM ha venduto in blocco il suo mitico business dei « Personal Computers » alla Cina (Lenovo).
Ha fatto bene IBM? Certamente, da un punto di vista business ha fatto bene. Troppo stretti i margini in un business ormai maturo e troppi competitors con cui fare i conti.
Ha fatto bene gli USA? Io non penso. Se IBM avesse venduto a Dell o ad un altro attore americano, piu’ propenso ad un modello di business come quello in cui il mondo dei PC si era trasformato, penso che sarebbe stato meglio.
Ovviamente, mi sbagliero’….
Confermo che non accedo se non mi abbono (iPhone e iPad)