Under Destruction
La conferenza che per oltre mezzo secolo ha custodito l’alleanza occidentale accosta due discorsi distanti 19 anni, e il disegno che ne emerge va letto insieme alla crisi interna americana.
Qual è lo stato dell’ordine internazionale dopo un anno turbolento? Perché le forze politiche che spingono verso la distruzione piuttosto che per la riforma sembrano avere slancio? Quali sono le potenziali implicazioni della politica da demolizione per il mondo? E cosa si può fare al riguardo?
Punti chiave
Il mondo è entrato in un periodo di politica da demolizione. In molte società occidentali, i leader che preferiscono la distruzione al cambiamento incrementale sono saliti alla ribalta. Le loro agende dirompenti si basano su un diffuso disincanto verso il rendimento delle istituzioni democratiche e su una perdita diffusa di fiducia nelle riforme significative.
Ironia della sorte, il presidente degli Stati Uniti – il paese che fece più di chiunque altro per plasmare l’ordine internazionale post-1945 – è ora il più eminente degli uomini della demolizione. Di conseguenza, più di 80 anni dopo l’inizio dei lavori, l’ordine internazionale del dopoguerra è ora in distruzione.
Per i suoi sostenitori, la politica del bulldozer di Washington promette di spezzare l’inerzia istituzionale e di costringere la risoluzione di problemi su sfide precedentemente segnate da stalli. I critici, a loro volta, temono che questa politica distruttiva stia minando la capacità della comunità internazionale di affrontare le sfide più difficili dell’umanità. Credono anche che questo approccio non risolverà nulla, ma spianerà la strada a un mondo che privilegia i ricchi e i potenti, non la massa più ampia di persone che hanno riposto le loro speranze in un cambiamento dirompente.
Coloro che sono ancora investiti in un ordine basato su regole si stanno organizzando sempre di più. Ma, se vogliono contenere le peggiori espressioni di una politica di distruzione, devono rafforzare meglio le strutture essenziali, elaborare nuovi progetti più sostenibili e diventare costruttori più audaci.
Quello che avete letto è l’introduzione della 62ª Conferenza sulla sicurezza di Monaco, che si è tenuta dal 13 al 15 febbraio scorso. È una nota dura verso gli Stati Uniti e la politica del presidente Trump, e da questo, ancora prima che iniziasse la kermesse, abbiamo capito verso dove sarebbe andata quest’anno la conferenza bavarese.
Prima una breve legenda su come leggere questo post: di Trump e della politica muscolare statunitense ne ho scritto parecchio in queste settimane, e qui non voglio ripetere cose già dette. Per cui chi ha bisogno, o ha voglia, di un recap può sfogliare l’archivio e trova tutto lì. In questo post analizzo le cose dette, ma soprattutto quelle non dette, nell’edizione 2026 della più importante conferenza sulla sicurezza al mondo, quella che in sessantadue anni ha plasmato la politica internazionale di tutti i blocchi contrapposti che ci siamo ritrovati dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Per farlo, ho bisogno di riallacciarmi a un altro discorso che ha cambiato gli equilibri mondiali.
Il discorso che ha cambiato il mondo
Il 10 febbraio 2007, Vladimir Putin arrivò a Monaco con una delegazione di duecento persone. Era la prima volta che un capo di Stato russo parlava alla Conferenza sulla sicurezza, e Putin aveva riscritto personalmente sull’aereo il testo diplomatico preparato dallo staff. Voleva qualcosa di diverso dai soliti convenevoli. Lo disse anche all’inizio del suo intervento, durato trentadue minuti: il formato della conferenza gli permetteva di evitare “la cortesia eccessiva e le parole diplomatiche vuote, piacevoli ma prive di contenuto.” Sperava che il presidente della conferenza, Horst Teltschik, non gli spegnesse il microfono dopo i primi due o tre minuti.
Teltschik non accese la lucetta rossa, e quello che disse Putin cambiò la geopolitica contemporanea.
Il nucleo del discorso era una demolizione sistematica del mondo unipolare americano. Un solo centro di potere, un solo sovrano, un solo decisore: “Le mie osservazioni potrebbero sembrare indebitamente polemiche”, esordì, quasi a scusarsi in anticipo per ciò che stava per dire.
Poi, senza mezzi termini, attaccò l’hyperpower americana:
Oggi assistiamo a un mondo unipolare. Un mondo in cui c’è un solo padrone, un solo sovrano. E questo è dannoso non solo per tutti all’interno del sistema, ma anche per il sovrano stesso, perché lo distrugge dall’interno. [...] L’uso eccessivo della forza militare crea solo nuovi conflitti. [...] L’espansione della NATO verso est non ha alcuna relazione con la modernizzazione dell’Alleanza. Rappresenta una seria provocazione. Contro chi è diretta questa espansione? Farò tutto il possibile per impedirla.
Il modello unipolare era “inaccettabile e impossibile” perché alla base non aveva, e non poteva avere, fondamenta morali per la civiltà moderna. Le azioni unilaterali e spesso illegittime non avevano risolto alcun problema. Al contrario, avevano generato nuove tragedie umane e nuovi focolai di tensione. Era la dichiarazione più dura di un leader russo dai tempi della Guerra Fredda.
La reazione occidentale fu di scherno. Eppure, come ammise in seguito Angela Stent, esperta di relazioni USA-Russia, molti europei – soprattutto in Germania e Francia – condividevano in privato le critiche di Putin.
Tra il pubblico a Monaco c’era anche Robert Gates, segretario alla Difesa con un dottorato in studi sovietici e una carriera alla CIA alle spalle. Uomo che conosceva la Russia meglio di chiunque altro nell’amministrazione Bush, rimase colto alla sprovvista non dal contenuto del discorso – che era prevedibile – ma dalla sua franchezza. Il giorno dopo, invece di rispondere con la stessa durezza, scelse l’ironia: “Una Guerra Fredda è stata abbastanza”, disse, accettando persino l’invito di Putin a visitare Mosca.
Ma una volta tornato a Washington, tradì la propria consapevolezza. Quando Bush gli chiese un resoconto, liquidò le parole di Putin come “il prodotto di un profondo risentimento per la caduta dell’URSS”, omettendo volontariamente la parte più scomoda.
Nelle sue memorie, Duty, Gates ammise:
Le relazioni con la Russia sono state mal gestite dopo Bush padre. E al centro di questo fallimento c’è l’allargamento della NATO.
Il segretario alla Difesa non era il solo a nutrire dubbi.
William Burns, ambasciatore a Mosca dal 2005 al 2008, era un diplomatico di razza con una conoscenza profonda della Russia. Nel febbraio 2008, inviò un cablogramma riservato alla segretaria di Stato Condoleezza Rice con un titolo che non lasciava adito a dubbi: Nyet means Nyet: Russia’s NATO Enlargement Redlines (No significa no: le linee rosse russe sull’allargamento NATO).
Il documento, poi reso pubblico da WikiLeaks, avvertiva:
L’ingresso dell’Ucraina nella NATO è la linea rossa più luminosa per l’élite russa (non solo Putin). In oltre due anni e mezzo di conversazioni con i principali attori russi [...] non ho ancora trovato nessuno che veda l’Ucraina nella NATO come qualcosa di diverso da una sfida diretta agli interessi russi.
Burns aggiungeva che, se Washington avesse insistito, “il rischio di un conflitto armato russo-georgiano sarebbe stato altissimo”.
Rice lesse il cablogramma. Era d’accordo. Ma tacque.
La Casa Bianca si dichiarò ufficialmente “sorpresa e delusa.” Il senatore Lindsey Graham scherzò dicendo che Putin aveva fatto più in un discorso per unire USA e Europa di quanto avessero fatto loro in un decennio. Il segretario generale della NATO liquidò tutto parlando di “divario tra fatti e retorica.” La maggior parte dei commentatori attribuì il tono alla “focosità” del leader russo.
Diciannove anni dopo, l’accento è cambiato.
Da fuori a dentro
Quello che rende la 62ª MSC un caso analitico straordinario è la traiettoria che si compie in tre edizioni: 2007, 2025, 2026. Tre discorsi, tre attacchi all’ordine americano, ma con un vettore che si sposta progressivamente dall’esterno verso l’interno del sistema.
Nel 2007 l’attacco arriva da fuori: è il presidente russo che dice al mondo occidentale che il suo modello è finito. Lo fa da ospite, da outsider invitato per la prima volta, e la platea lo ascolta con un misto di fastidio e condiscendenza. La Russia è un attore che contesta le regole di un gioco al quale non è stato ammesso come pari.
Nel febbraio 2025, a Monaco, il copione si ribalta. Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance sale sul palco della stessa conferenza e attacca l’Europa dall’interno dell’alleanza. Il dettaglio più significativo del suo discorso è quello che manca: Vance non parla di Russia e non parla di Ucraina. Alla conferenza sulla sicurezza più importante del mondo, con una guerra in corso ai confini orientali dell’Europa, il vicepresidente americano sceglie di dedicare il suo intervento a tutt’altro. La minaccia più grave per il continente europeo, dice, non è la Russia, non è la Cina e non è nessun attore esterno. La minaccia più grave per l’Europa è interna: è la censura, il soffocamento del dissenso, l’annullamento delle elezioni in Romania sotto la giustificazione di interferenze straniere. Paragona i governi europei al lato perdente della Guerra fredda, quello che usava parole come “disinformazione” per zittire chi la pensava diversamente. Chiude con un “Good luck to all of you, God bless you” che per la platea è come un congedo. O un addio.
La reazione è di gelo. Il cancelliere tedesco Scholz dice che la Germania non accetterà “chi interviene nella nostra democrazia.” Il ministro della Difesa Pistorius risponde che la più grande minaccia resta la Russia, e che minimizzarla è pericoloso. Habeck, il ministro dell’Economia, dice che Vance ha descritto un’Europa che non esiste. Ma il danno è fatto: per la prima volta, l’attacco all’ordine occidentale non viene da un avversario geopolitico, ma dal suo fondatore.
Arriviamo al 2026. Il report ufficiale della conferenza si intitola “Under Destruction” e chiama il presidente Trump “the most prominent demolition man”, il più eminente degli uomini della demolizione. Il chairman Wolfgang Ischinger parla di relazioni transatlantiche in “una crisi considerevole di fiducia e credibilità.” E il cancelliere Friedrich Merz apre i lavori con una frase che nessun leader tedesco ha mai pronunciato in quel contesto: l’ordine basato sulle regole, dice, “non esiste più.”
Se Putin nel 2007 contestava il sistema da fuori, e Vance nel 2025 lo attaccava da dentro ma con il linguaggio della provocazione ideologica, a Monaco 2026 la demolizione è un fatto compiuto riconosciuto dal sistema stesso. È la conferenza che ha custodito l’ordine transatlantico per sessantadue anni a certificarne la fine.
Il poliziotto buono
Il discorso del segretario di Stato Marco Rubio, sabato mattina, era il momento più atteso della conferenza. Dopo un anno di scosse – Vance a Monaco, la National Security Strategy di dicembre 2025 che accusava l’Europa di “civilisational erasure”, le minacce su Groenlandia, i dazi – la platea voleva capire se Washington intendeva tendere la mano o continuare a stringere il pugno.
Rubio ha scelto il guanto di velluto. Ha detto che gli Stati Uniti e l’Europa “belong together”, che l’America sarà sempre “a child of Europe”, che il destino dei due continenti è intrecciato. Ha citato Mozart, Dante, Shakespeare, i Beatles e i Rolling Stones. Ha ricevuto una standing ovation. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen lo ha definito “un buon amico, un forte alleato” e si è detta “molto rassicurata.” I titoli dei giornali hanno parlato di distensione.
Il contenuto del discorso però racconta un’altra storia che vale la pena leggerla con attenzione.
Rubio ha descritto la deindustrializzazione occidentale come
una scelta politica consapevole, un’impresa economica decennale che ha spogliato le nostre nazioni della loro ricchezza, della loro capacità produttiva e della loro indipendenza.
Ha definito le politiche climatiche europee un “culto.” Ha parlato di migrazione di massa come di una crisi che “sta trasformando e destabilizzando le società di tutto l’Occidente.” Ha usato la formula della “civilisational erasure”, la stessa che nella NSS di dicembre aveva provocato l’indignazione europea e gli applausi del Cremlino.
Anche qui l'analisi va calibrata chirurgicamente: i valori che Rubio ha descritto come fondamento di una nuova alleanza – cristianità, spiritualità, rifiuto della vergogna per il proprio retaggio culturale, chiusura delle frontiere – sono molto più vicini alla destra populista europea che siede all’opposizione che ai governi di Londra, Berlino e Parigi che sedevano in platea a Monaco. In altre parole, Rubio stava parlando sopra le teste dei leader presenti per rivolgersi ai loro avversari politici interni. Un futuro ricostruito è possibile, era il messaggio, ma solo se l’Europa cambia i valori per cui combatte, non solo quanto spende per la difesa.
C’è un dato che conferma questa lettura meglio di qualsiasi analisi. Dopo Monaco, Rubio è volato in Slovacchia e Ungheria da Robert Fico e Viktor Orbán, i due leader europei più allineati con la visione trumpiana. Alexander Gray, ex funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale, ha riassunto la questione con una frase che andrebbe incorniciata: tra Rubio e Vance c’è “cento per cento di allineamento sulla politica”, la differenza è solo negli “stili personali.” Il poliziotto buono e il poliziotto cattivo fanno lo stesso lavoro. E nella stessa intervista, Gray ha detto qualcos'altro che vale la pena annotare:
Gli Stati Uniti non considerano più l'Europa come il principale teatro di impegno geopolitico. La ragione è semplice: la Russia è una potenza in declino terminale.
C’è infine un passaggio che mi era sfuggito e lo illustra Manoj Kewalramani, analista indiano che era a Monaco a seguire la conferenza. Kewalramani scrive che il discorso di Rubio era “Vance without the beard”, Vance senza la barba, e identifica principalmente due problemi: la caratterizzazione della civiltà occidentale come fondamentalmente cristiana (che spacca l'Europa internamente) e il “romanticismo coloniale” del passaggio sui “grandi imperi occidentali” e sull'orgoglio civilizzazionale. Nota che la retorica del “nuovo secolo occidentale” e della competizione per i mercati del Global South eroderà ulteriormente la legittimità americana nel mondo in via di sviluppo,
L'Europa, per Washington, è quindi una questione di valori, non di strategia.
Ma il punto più cruciale del discorso di Rubio non lo troviamo nell’analisi che fa dell’Europa. Lo troviamo nella retrospettiva interna.
I funzionari americani che accompagnavano il segretario di Stato a Monaco hanno ammesso, parlando con i giornalisti, che il messaggio era “sostanzialmente lo stesso di quello di Vance l’anno scorso” ma era stato concepito per avere “un atterraggio più morbido” su un pubblico che aveva reagito male alla retorica trumpiana nell’ultimo anno. È una confessione rara in diplomazia: abbiamo detto le stesse cose, solo con più garbo. La domanda è perché, e la risposta sta tutta al di qua dell’Atlantico.
Ho notato diversi senatori statunitensi inquadrati dalle telecamere (poi Kewalramani ha confermato che circa il 25% del Senato americano si era recato a Monaco) e la cosa potrebbe sembrare un'espressione di solidarietà transatlantica. Ma la rassicurazione che questi senatori offrivano nei corridoi e negli eventi a margine era che, al di là della retorica dell’amministrazione, il sistema politico americano resta investito nell’alleanza. È il contenimento del danno a due livelli: Rubio sul palco con il discorso ufficiale, e un quarto del Senato nelle stanze laterali a dire “non preoccupatevi, noi ci siamo ancora”. La domanda è perché servisse un’operazione così massiccia, e la risposta sta tutta al di qua dell’Atlantico.
A gennaio, l’Operazione Metro Surge a Minneapolis è diventata la peggiore crisi interna del secondo mandato Trump. Il Dipartimento della sicurezza interna l’aveva definita “la più grande operazione di controllo dell’immigrazione mai condotta”, ma due cittadini americani sono stati uccisi dagli agenti ICE – Renee Good il 7 gennaio e Alex Pretti il 24 gennaio – e i video delle due uccisioni, che contraddicevano la versione ufficiale dell’amministrazione, sono diventati virali. Sono seguite proteste di massa a Minneapolis e in altre città americane, uno sciopero economico statale, l’arresto di giornalisti tra cui l’ex conduttore della CNN Don Lemon, l’uso di gas lacrimogeni, di proiettili di gomma, spray al peperoncino contro i manifestanti pacifici, e una causa legale del Minnesota contro il governo federale. Trump ha minacciato di invocare l’Insurrection Act per schierare l’esercito contro i manifestanti, ma alla fine è stato costretto a fare marcia indietro ordinando il ritiro parziale degli agenti e la fine delle operazioni su larga scala. È la prima volta nel secondo mandato che l’amministrazione è costretta a fare retromarcia su una politica identitaria.
L’emorragia è poi arrivata alle urne. Il 31 gennaio, il democratico Taylor Rehmet ha vinto l’elezione suppletiva per il nono distretto senatoriale del Texas, un distretto che Trump aveva conquistato con 17 punti nel 2024. I repubblicani avevano investito quasi 2 milioni e mezzo di dollari nella campagna, Trump aveva personalmente sostenuto la candidata repubblicana, e il giorno dopo ha finto di non sapere nulla della sconfitta. Il 7 febbraio, la democratica Chasity Verret Martinez ha vinto un seggio statale in Louisiana in un distretto dove Trump aveva prevalso con 13 punti, con uno swing di 37 punti rispetto al 2024. Dal giorno delle elezioni presidenziali, i democratici hanno strappato 26 seggi legislativi statali ai repubblicani in elezioni suppletive; i repubblicani ne hanno strappati zero, e dovranno tenere gli occhi aperti in vista delle midterm anche negli stati tradizionalmente conservatori.
Poi ci sono i numeri sul consenso. Tra gennaio e febbraio 2026, un sondaggio Quinnipiac dà Trump al 37% di approvazione complessiva e al 56% di disapprovazione, il peggior dato netto del secondo mandato. Sulla politica estera: 40% di approvazione contro il 54% di disapprovazione. Sull’immigrazione, il tema su cui Trump ha costruito la sua intera narrazione politica, l’approvazione è crollata dal 49% di dicembre al 38% di febbraio. Un sondaggio Fox News rileva che il 54% degli americani pensa che la posizione degli Stati Uniti nel mondo sia peggiorata rispetto a un anno fa, e che circa il 40% degli elettori ritiene che Trump stia dedicando troppo tempo alla politica estera e all’immigrazione a scapito dell’economia. L’approvazione tra chi guadagna meno di 50.000 dollari – la base operaia che aveva consegnato a Trump la vittoria nel 2024 – è scesa al 31%.
In questo contesto, il tono di Rubio a Monaco si legge in modo completamente diverso. L’amministrazione Trump, con le midterm di novembre che si avvicinano e un partito repubblicano che perde ogni elezione suppletiva in cui si presenta, non poteva permettersi un’altra scena di rottura pubblica con gli alleati europei. Un altro Vance 2025 avrebbe alimentato la narrativa dell’isolamento e dell’incompetenza diplomatica in un momento in cui i sondaggi sulla politica estera segnano il punto più basso del mandato. Rubio a Monaco è un’operazione di contenimento del danno prima ancora che di diplomazia.
E c’è un elemento più profondo, che riguarda la dottrina. Rubio ha detto a Monaco che la sicurezza nazionale non è “una serie di questioni tecniche” ma comincia con una domanda fondamentale: “cosa esattamente stiamo difendendo?” E ha aggiunto: “Gli eserciti combattono per un popolo, per una nazione, per un modo di vivere.” Questa frase è la NSS di dicembre tradotta in discorso pubblico. Lo spostamento concettuale è enorme: la sicurezza non è più definita in termini strategico-militari – deterrenza, equilibri di potere, architetture di alleanza – ma in termini civilizzazionali. Se la sicurezza è identità e civiltà, allora il nemico non è un esercito ma una trasformazione culturale: migrazione, secolarizzazione, ambientalismo, il “culto climatico” di cui parla Rubio. Esattamente quello che la NSS definiva “civilisational erasure.” In questa cornice, l’alleanza con l’Europa è possibile, ma solo con l’Europa che condivide quella diagnosi civilizzazionale. Con Orbán e Fico, per intenderci. Con Meloni, forse. Con Merz, Macron e Starmer, a condizione che riscrivano le fondamenta valoriali delle loro politiche. Rubio lo ha detto con garbo, ma lo ha detto.
La risposta dell’Europa
Le risposte europee a Monaco sono state il segnale più concreto di un continente che ha iniziato a prepararsi per un mondo in cui l’alleanza transatlantica potrebbe non essere più il pilastro su cui poggia tutto.
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha rivelato pubblicamente di aver avviato colloqui riservati con Macron sulla deterrenza nucleare europea. È il primo cancelliere tedesco a farlo, e il segnale è inequivocabile: Berlino sta valutando un futuro in cui l’ombrello nucleare americano potrebbe non coprire più il continente. Ha tracciato linee rosse precise: l’Europa resta nell’Organizzazione mondiale della sanità, resta negli accordi climatici, non seguirà le culture wars americane. Ha guardato Mette Frederiksen in platea e le ha detto, sulla Groenlandia: “Sa che può contare sulla solidarietà europea, senza se e senza ma.” Poi, in inglese, rivolto direttamente a Washington: “Nemmeno gli Stati Uniti saranno abbastanza potenti da fare tutto da soli.”
Il presidente francese Emmanuel Macron, venerdì sera, ha fatto il discorso più strutturalmente ambizioso. Ha citato esplicitamente Putin 2007, ricordando che quando il presidente russo venne a Monaco a perorare le sfere d’influenza, “stava in realtà sostenendo sfere di coercizione a spese dell’Europa.” Poi ha aggiunto che quella logica non è scomparsa: “Al contrario, sembra guadagnare nuova trazione.”
Ha risposto a Vance con una frase secca: il mondo dovrebbe prendere esempio dall’Europa, non criticarla. Ha elencato i premi Nobel europei, le medaglie Fields, l’aspettativa di vita, le libertà di stampa e accademiche, la convergenza economica, una difesa civilizzazionale punto per punto. Ma il passaggio decisivo è stato quello sulla sicurezza. Macron ha detto che l’Europa deve sviluppare capacità di colpire in profondità, un’espressione tecnica (deep-strike capabilities) che indica la volontà di dotarsi di armi in grado di raggiungere obiettivi a grande distanza senza dipendere dagli Stati Uniti. Ha detto che la Francia è pronta ad aprire una discussione su come il proprio arsenale nucleare possa inserirsi nell’architettura di sicurezza europea. E ha detto che l’Europa deve prepararsi a fronteggiare una Russia aggressiva anche dopo un’eventuale fine dei combattimenti in Ucraina, perché un cessate il fuoco non cambierebbe la natura del regime di Mosca.
Il premier inglese Keir Starmer, sabato, ha fatto un discorso esplicitamente post-atlantista della sua premiership. Ha detto che il Regno Unito non è più “the Britain of the Brexit years” e che l’Europa deve passare dalla “sovradipendenza” dagli Stati Uniti all’interdipendenza. Ha definito l’hard power “la moneta corrente dell’epoca” e ha annunciato il dispiegamento del gruppo d’attacco della portaerei britannica nell’Artico, in un passaggio che è difficile non leggere come una risposta alle mire americane sulla Groenlandia. Ha chiesto un’integrazione economica più profonda con il mercato unico europeo, dicendo che lo status quo tra Londra e Bruxelles “non è adatto allo scopo”. Il premier britannico che ha ereditato la Brexit torna verso l’Europa perché l’alleato d’oltreoceano non è più quello di prima.
Merz, Macron, Starmer e von Der Leyen convergono sulla diagnosi ma divergono sulla cura. Von der Leyen è la più netta dei quattro. Parla di “indipendenza” come dottrina, non come aspirazione. La frase più forte è “Europe must become more independent, there is no other choice.” Nessun aggettivo, nessuna sfumatura. Poi l’Articolo 42.7, la clausola di difesa reciproca dell’UE che è sempre rimasta lettera morta: la presidente della Commissione europea dice che “the time has come to bring Europe’s mutual defence clause to life.” È un passaggio molto importante, significa attivare un meccanismo di difesa collettiva europeo parallelo all’Articolo 5 NATO.
L’altro passaggio che vale è la citazione di Jerry Friedheim, sottosegretario alla Difesa americano negli anni Settanta a Monaco: se una nazione non si sente responsabile in prima persona della propria sicurezza, lascerà il compito ad altri. Von der Leyen usa le parole di un americano per giustificare l’indipendenza dall’America. È un colpo retorico notevole. E poi la stoccata a Rutte che aveva detto “keep on dreaming” sull’autonomia europea: “My dear friend, there is not only status quo goes on or division and disruption. There’s a lot in between.”
Merz ha proposto un rapporto transatlantico rifondato sugli interessi e non più sui valori condivisi. Starmer è stato il più cauto dei tre: ha respinto esplicitamente la parola “rottura”, ha parlato di “rinnovamento radicale” e ha insistito sul fatto che gli Stati Uniti restano “una potenza indispensabile.” L’Europa non ha una risposta a Trump: ne ha quattro, e non si sovrappongono.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy, che è intervenuto subito dopo Starmer, ha parlato con alle spalle un montaggio di immagini degli attacchi missilistici russi sulle città ucraine. Ha detto che nessuna centrale elettrica del paese è sfuggita ai bombardamenti, e che in una sola notte questa settimana la Russia ha lanciato ventiquattro missili balistici e più di duecento droni. Ma la frase politicamente più pesante è stata un’altra: gli americani, ha detto, “tornano troppo spesso sul tema delle concessioni, e le concessioni sono sempre discusse nel contesto dell’Ucraina, mai della Russia.” È il segnale pubblico che Kiev percepisce la pressione americana come sbilanciata, e che i negoziati di Ginevra del 17 e 18 febbraio – dove la delegazione russa sarà guidata da Medinsky e quella americana da Witkoff e Kushner – non partono su un piano che l’Ucraina considera equo.
Demolition man
Torniamo da dove abbiamo iniziato. Il 10 febbraio 2007 Vladimir Putin disse a Monaco che il mondo unipolare era “pernicioso per il sovrano stesso, perché lo distrugge dall’interno.” Diciannove anni dopo, la Russia non è nemmeno più invitata a Monaco, esclusa dal 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina. Ma la distruzione dell’ordine internazionale del dopoguerra non la sta facendo Mosca. La sta facendo Washington. E il “demolition man” del report della conferenza che per sessantadue anni ha custodito l’alleanza occidentale non è Vladimir Putin. È il presidente degli Stati Uniti.
È utile fermarsi un momento su quello che è successo in questa conferenza, perché la portata è difficile da cogliere in tempo reale. Un cancelliere tedesco ha dichiarato pubblicamente che l’ordine basato sulle regole non esiste più; un presidente francese ha citato esplicitamente Putin 2007 per dire che la logica delle sfere d’influenza non è scomparsa ma “sembra guadagnare nuova trazione”; un presidente ucraino ha accusato gli americani di discutere concessioni solo a spese dell’Ucraina, mai della Russia, a tre giorni dall’apertura dei negoziati di Ginevra. Tutto questo mentre il segretario di Stato americano riceveva una standing ovation per un discorso che, sotto il velluto retorico, ridefiniva la sicurezza occidentale in termini civilizzazionali indistinguibili da quelli della destra populista europea.
Quello che emerge dall’edizione di quest’anno è un paradosso che sarebbe stato impensabile anche solo cinque anni fa. L’architettura di sicurezza che gli Stati Uniti hanno costruito dal 1945 in avanti viene smontata dall’interno, pezzo per pezzo, dal paese che l’ha progettata. E la conferenza che di quell’architettura è stata il salotto diplomatico per eccellenza lo registra nei propri documenti ufficiali, con una lucidità che rasenta il certificato di morte. L’Europa, intanto, ha iniziato a parlare di autonomia nucleare, di capacità di attacco in profondità, di un futuro in cui l’ombrello americano potrebbe non coprire più il continente. Sono discorsi che fino a ieri appartenevano agli scenari ipotetici dei think tank. In Baviera, sono diventati politica dichiarata da capi di Stato in carica.
Il fatto che tutto questo avvenga mentre l’amministrazione Trump è in caduta libera, aggiunge un livello di lettura che l’analisi della sola politica estera non riesce a catturare. Rubio a Monaco è stato il volto gentile di una dottrina che non ha cambiato direzione, solo velocità di crociera. La standing ovation che ha ricevuto racconta più della platea che del discorso: un’Europa che ha disperatamente bisogno di credere che l’alleanza regga, anche quando tutti i segnali strutturali dicono il contrario. Von der Leyen ha detto di sentirsi “molto rassicurata” dallo stesso discorso in cui Rubio parlava di “culto climatico” e di “cancellazione civilizzazionale.” La rassicurazione, a volte, è una forma di negazione.
Putin aveva ragione su una cosa: il sistema unipolare avrebbe distrutto il sovrano dall’interno. Solo che la distruzione non è arrivata come lui l’aveva immaginata. Non è stata la ribellione degli esclusi a far crollare l’ordine americano. È stato il sovrano stesso a decidere che quell’ordine non gli serviva più.
Resta infine un ultimo punto ancora una volta incomprensibile. L‘Italia non esiste, né fisicamente, né strategicamente e né politicamente: a Monaco il Ministro Crosetto ha preferito rimanere in suite.
Prima di salutarci, un paio di cose che mi riguardano: qui per acquistare il mio libro, e qui nel caso volessi propormi una presentazione.
Grazie e a martedì prossimo!
Giacomo




Sono completamente d'accordo, non aggiungo nulla a quanto detto.
Un quadro completo che ci lascia, come europei, in uno stato di incertezza: non è tanto capire se alle dichiarazioni di Macron & Co. seguiranno davvero i fatti, quanto la sensazione complessiva che dà il contesto, guardando al passato e ai possibili scenari futuri. Essenzialmente la conferenza stessa certifica definitivamente un ordine “in demolizione”, ma non so esattamente quanto la frattura transatlantica nasca per "scaricare" gli europei o per ripristinare vecchi equilibri. Mi spiego.
Personalmente ritengo che gli USA abbiano strutturalmente lavorato per mantenere un assetto di tensione controllata, una sfumatura di guerra-fredda. Trump ha semplicemente, nel suo stile, reso tutto più evidente, avendo anche la consapevolezza che politiche nazionalistiche/anti-europeiste mantengono saldamente il rapporto "feudale" (gerarchico, se vogliamo essere più soft) US-EU.
Rapporto che l'America trumpiana non vuole fare venire meno, ma al contrario, riportare ai fasti degli anni 60 ( Charles de Gaulle ci aveva visto giusto) dello scorso secolo: un rapporto sbilanciato prima di tutto sul piano economico.
In questo quadro, “scaricare” più rischi e costi sull’Europa (difesa, produzione, debito, ricostruzione industriale) può diventare funzionale a mantenere un rapporto strutturalmente asimmetrico, incitando nuovi muri verso altri competitor globali (p.e Cina).
La cosa che possiamo augurarci in definitiva è che un'Europa unita, federata o come la si voglia intendere, nasca da un vero presupposto di indipendenza, da un'unione di intenti e non come risposta al comportamento di Washington.